Google+ Salvatore Gabrielli: 2014

Tutto il mio Blog

venerdì 24 ottobre 2014

A mia moglie.

Purtoppo non ne parlo spesso, lo tengo per me come un immenso tesoro; vi racconto il mio amore per mia moglie.

Un giorno sentii bussare alla porta, andai ad aprire, strano non lo facevo mai, e vidi la persona più bella che abbia mai visto.
Non saprei descrivere quello che provai con precisione, so solo che il cuore iniziò a battermi come un martello, sembrava volesse uscir fuori dal petto e gridare al mondo la sua gioia.
Io dissi :"Ciao" e in un'attimo il tuo sorriso mi spalancò le porte del paradiso.
Mi chiedesti qualcosa, ma non ricordo cosa, avevo la mente confusa e non riuscivo a staccare gli occhi dal tuo viso angelico.
Avrei voluto baciarti subito, senza nessun motivo e senza nenche un'attimo di esitazione, volevo il paradiso che vedevo nei tuoi occhi.
Ricordo solo che farfugliai qualcosa senza senso, quello fu il giorno più stupendo della mia vita, mi sentivo cretino, fesso e impacciato ma rivivrei attimo per attimo tutto quel primo incontro.
Da quel giorno sono passati anni ormai, ma mai, nemmeno una volta ti ho guardato senza sapere intimamente che ti amo.
Sono folle di te, sono pieno di te, sono nato per te.
Ti amo Hajjoura mia.

venerdì 17 ottobre 2014

Storia d'amore.

L'amore, si sa, è il motore del mondo, tutte le storie d'amore sono belle ma alcune sono infinitamente speciali.
Prendete il mare e la terra, eterni vicini e amanti, si carezzano, si sferzano si completano eppure mai definitivamente insieme.
Quest'amore è divino, mai cattivo, mai indelicato.
Infiniti movimenti solo per sfiorarsi, la vista dell'uno basta all'altro.
Amore perfetto, amore vero.

martedì 14 ottobre 2014

I pescatori

Non è ancora l'alba, l'aria è frizzante e carica di salsedine.
La brezza si fa sentire e quel maglioncino di lana ora si rende necessario.
Dall'uscio di casa si sente il borbottare lento dei motori dei pescherecci, uno di quelli aspetta noi.
Avanziamo con passo deciso, gli occhi ancora reclamano sonno ma il cuore già è in porto pronto ad imbarcarsi.
Per noi la vita inizia al capo di una cima, stiamo bene a casa ma a mare, con le nostre barche ci sentiamo vivi.
Siamo arrivati, pochi saluti, niente convenevoli, si va a rinascere nel mare.
Le reti si riparano, la vita no e finchè siamo tra le acque non c'è bisogno di riparare nulla tanto meno tentare un rammendo inutile alle nostre esistenze.
Andiamo e al ritorno si vedrà.

martedì 30 settembre 2014

Vuoti.

Vuoti, appesi ai muri come fantocci.
Siamo riempitivi di cose, numeri senza importanza, sacrificabili dai poteri forti.
Ripetiamo movimenti, ripetiamo giornate sempre uguali in nome di una corsa scellerata a produrre cose da riempire con le nostre vite.
Distruggiamo il nostro tempo, la nostra vita in nome di tempi e ritmi che non ci appartengono, viviamo per consumare oltre ogni ragionevole limite.
Siamo riempitivi di cose, cose vuote di ogni senso ma piene delle nostre anime.
Siamo appesi, sempre più fissi e immutabili.
Siamo numeri per i numeri.

lunedì 14 luglio 2014

Lontano da tutto.

Qui i rumori sono fievoli, a stento arrivano i rombi dei motori, sembrano quasi dei sospiri da quassù, portati fino alle mie orecchie solo dal vento.
Le cose si fanno piccole e tutto assume una dimensione più vera, più autentica.
Il vento soffia è un ululato continuo ma non disturba, anzi sembra un canto dolce e potente alla stesso misura.
I prati lasciano correre gli occhi senza limiti, corse infinite e senza tempo, corse libere, corse vere, corse dell'anima.
Spesso vengo qui, ci vengo da solo ma non perché non voglia compagnia o perché sono introverso, no vengo qui da solo perché voglio sentire la mia anima che a volte si perde tra rumori, voci, orari, soldi e pazzie di ogni sorta.
A volte vengo qui per parlare con Dio, e un discorso senza parole, fatto di immagini e verità, vette e valli, animali e piante, solitudine e appartenenza.
A volte vengo qui per stare in pace.
A volte vengo qui per rimanere e non scendere mai più.

domenica 13 luglio 2014

la piazza, le voci

Qualche bar, delle sedie disposte in file ordinate, tutte sistemate intorno a dei tavolini.
Una signora passa chiacchierando con una sua conoscente, si sente il tono di voce, è discreto e confidenziale.
Un bambino passa pedalando su una bicicletta e intanto il sole proietta una luce diffusa e un caldo tepore, è un piacere stare li a fare le cose normali che tutte le domeniche si fanno.
Intanto il fiume scorre, scorre come fa da millenni, lo sciabordio dell'acqua quasi copre il rumore fastidioso di alcune auto, vittime inconsapevoli della loro stessa natura.
Gente, persone di tutte le altezze, vestite di tanti colori portano le loro storie  tra le vie, tutti parlano e rendono viva quella piazza, vivi quei palazzi antichi e pieni di storia e di storie, pronti a raccoglierne altre ed altre ancora.
La piazza raccoglie tutto e tutti e con le storie della gente rende migliori le sue pietre, i suoi angoli, le sue mura.
La piazza è il luogo, posto di tutti dove diventa immensamente più importante guardare, ascoltare e parlare più tosto che stare con gli occhi puntati su uno schermo piccolissimo dalla quale si tirano fuori momenti vuoti e tanto piccoli da essere costretti a cercarne sempre con maggior frequenza e insoddisfazione.
Spesso mi siedo in uno di questi bar e a volte mi rendo conto che guardare il mondo che vive è immensamente appagante e vero tanto da non riuscire a staccare gli occhi da quella splendida rappresentazione teatrale continua e tanto antica da raccontare il mondo e l'uomo stesso.

Il tempo della natura.

Mi ha sempre attratto la capacità della natura di dettare il ritmo della vita, i tempi in cui fare determinate cose.
Tutte le mattine passo per una strada che sui lati ha dei prati coltivati a fieno, mi innamoro di quelle balle, mi sembrano come un patto tra l'uomo e la natura.
E' Lugio, c'è ancora molta estate davanti a noi, eppure i contadini già preparano il fieno per l'inverno, le vacche devono mangiare e non si può andare al supermercato per questo.
Tempi, ritmi millenari, ripetono la loro litania per regalare alla vita il senso che è giusto attribuirgli.
Forse rimarrà una semplice balla di fieno, e forse lo è, eppure io amo queste semplici cose, più potenti di ogni altra cosa a ricordarci che siamo un dente di un ingranaggio immenso e perfetto.

domenica 1 giugno 2014

La festa del vino.

Tutti gli anni puntualmente dalle mie parti si ripete la favola del vino e delle genti del vino.
È una favola vecchi di millenni, una favola di piante e uomini che vivono in equilibrio dove la natura da all'uomo il frutto delle sue cure e del suo lavoro.
Il lavoro del viticoltore, sempre lo stesso e sempre nuovo, nuovo nell'amore e nella passione, utile a preservate tradizioni e terre che da secoli e secoli regalano senza chiedere mai più del dovuto.
Tutta questa simbiosi termina quando la vendemmia porta la festa della natura in cantina.
File interminabili di trattori carichi fino all'orlo del prezioso frutto, portano allegria, speranza e ricchezza.
Ancora una volta la magia della terra ha servito l'uomo, ancora una volta l'uomo ringrazia.
L'equilibrio tra uomo è natura è festa, vita e speranza.
Forse dovremmo sempre tenerlo a mente.

mercoledì 28 maggio 2014

Il bene e il male


Sono sempre propenso a credere che nell'uomo e in questo mondo ci sia del bene, ma a volte faccio una fatica mostruosa a mantenere questa convinzione.
Vedo molte persone che stanno male, lavoro, disagio, povertà, emarginazione, razzismo, violenza, sono tutte cose che si stanno facendo sempre più presenti e pressanti.
Come si fa a trattar male qualcuno solo perché ha la pelle di un'altro colore, come si fa a violentare generazioni intere togliendogli la speranza del lavoro, come si fa a pretendere da un povero che questo paghi l'affitto se non può mangiare, come si fa a negare aiuto a chi parla una lingua diversa o crede in un Dio diverso?
Io non lo so, ma Vì dico che secondo me a questo mondo vige la logica dell'illogico.
Tutto sembra andare contro i dettami che la natura e Dio ci hanno dato, oggi vale solo il denaro a discapito di qualunque forma di sentimento di benevolenza.
Qualcuno diceva che in ognuno c'ê del buono eppure io fatico a crederlo.
Ogni giorno ai sente che qualcuno ha ammazzato qualcun'altro in nome di interessi sempre insignificanti.
Io forse vivrò in un mondo tutto mio e certe cose non le accetto, per me il malato va curato sempre anche se non paga il ticket o se di un'altra nazione, per me i profughi sono disperati che fuggono dai problemi senza volerlo essere per altri e vanno aiutati, per me la povera gente rimane l'unico motivo vero per cui debba esistere uno stato degno e giusto.
Nel mondo esiste tanto di quel male che la metà basterebbe per l'intero universo e ancora non siamo stanchi di aumentarlo.
Bisogna fare il bene, la soluzione è unica ed imprescindibile per ognuno di noi, fare il bene.
Quando vedete un bambino non chiediamoci da dove viene o in cosa crede ma chiediamoci se sta bene o se ha fame e vedremo il mondo migliorare.
Io sono orgoglioso si essere italiano e di far parte di quella parte di popolo che sa tendere una mano a chi ne ha bisogno.
Sono italiano, nel sangue e nella mente ed è per questo che prima mi sento cittadino del mondo, altrimenti sarei solo un ipocrita che crede che vivere e curare il proprio orto sia tutto il possibile che si possa fare.
Amate il prossimo, fate del bene e Vì verrà restituito per mille volte, amatevi e non odiate mai, l'essere umano non è stato fatto per odiare.
Grazie per aver letto, spero che Dio ti aiuti.

lunedì 26 maggio 2014

La casa in fondo alla via.

SI doveva camminare ore prima di arrivare a quella casa e te ne accorgevi un paio di chilometri prima di arrivare perchè il bosco finiva e lasciava all'erba e alle pietra la scena.
Dalla fine del bosco fino alla casa il panorama era mozzafiato, a guardar bene se la giornata lo permetteva potevi vedere la laguna di Venezia.
Ah la vista da lassà era, ed è, splendida.
Ancora un pò di cammino ed eccola li, in fondo alla via, nemmeno una sola pietra, un solo filo d'erba è fuori posto, tutto era fermo nel tempo chissà da quanto, eccola quella casa eternamente uguale, eternamente bella.
Tanti ricordi si affacciano alla mente, tanti flash di quando bambino si correva su è giù per quella stradina ad inseguire mostri leggendari e cavalieri erranti.
Quella casa è un pezzo dei miei ricordi, ma potrebbe essere un pezzo dei ricordi di molti se solo sapessero ancora chiudere gli occhi e provare a sognare.
Quella casa in fondo alla via è sempre uguale, quasi come se il tempo volesse essere clemente e gli lasciasse immutata tutta la sua bellezza.
Anche il vento, che li soffia sempre vigoroso, sembra attenuarsi e accarezzare appena quelle povere tegole.
Quella casa vive da sempre e forse vivrà per sempre.
A volte è bello sapere che qualcosa resiste è vivrà per molto tempo ancora senza che la bramosia dell'uomo riesca a distruggerla.
Quella casa è li e io ci torno sempre volentieri, è li anche per voi, basta chiudere gli occchi e sognare.

venerdì 23 maggio 2014

Falcone, alla guida della sua vita.

È tardi, è sempre tardi.
Guidi perché non riesci a star fermo a far nulla.
Il sole è basso all'orizzonte, vicino hai tua moglie, vi tenete mano nella mano.
Abbassi il parasole,il sole ti da fastidio, eppure è bello sentire i raggi che ti sfiorano il viso.
Con te gli uomini della scorta ormai fratelli, guidi, guidi e i pensieri scivolano via con la strada.
Hai paura si, paura non dei tuo i carnefici, hai paura di non riusciure, lo stato ti osteggia, hai paura di non riuscire a insegnare la libertà.
Ma ora non ti importa, guidi e stringi la mano di tua moglie, ora non ti importa nulla.
Succede tutto in un attimo, il sole esplode troppo vicino, guidi e forse non ti accorgi neanche, sei mano nella mano con tua moglie, non ti importa nulla.
Muori e non sai di farlo, il sole è esploso e con lui tu, tua moglie e i fratelli che ti scortavano siete morti, per noi ma senza di noi.
Sei morto solo all'ora Giovanni, ora non puoi morire più se diventato il sole.
Grazie Giovanni

giovedì 22 maggio 2014

La contadina.

Da quel balcone si affacciava la signora Cristina.
Era una donna corpulenta, le mani grosse e il viso buono.
Aveva una voce contrastante con il suo aspetto, ti saresti aspettato una voce rude, e invece no, la gentilezza delle sue parole e il tono pacato davano alla sua voce un suono gradevole e familiare.
Era una donna abituata alla fatica, tutti i giorni su svegliava alle quattro per mungere le sue vacche e portare il latte alla vicina latteria.
Prima che i figli fossero svegli e pronti per andare a scuola, lei già aveva fatto le sue mille faccende.
Era una brava donna, la sua casa era sempre aperta per chiunque e mai nessuno usciva senza che gli fosse dato in dono anche un semplice tozzo di pane, diceva :"All'ospite gli si deve riconoscenza e affetto, almeno ha avuto il fastidio di muoversi per venir a trovarti".
Mentalità contadina, vera, semplice, autentica.
Una mentalità che non ha bisogno di chiedere, semplicemente perché dare e avere a parte della vita, quella vera.
Tutti davano e tutti ricevevano in quel paese, tutti sapevano il valore delle cose e del mutuo soccorso.
Quando qualcuno faceva legna per l'inverno non la faceva mai solo per lui e mai da solo.
La Caterina ora non si affaccia più da quel balcone, la sua voce non si sente più, con lei è andato via un paese, un epoca ed una cultura.
La voce della Caterina non si sente più e nemmeno quelle degli altri.
Dove sono? Chi li ha cacciati? Chi li ha dimenticati?
La voce di quella donna non si sente più ormai.

mercoledì 21 maggio 2014

Prima che arrivi il treno. (Ai migranti)

Non c'è tempo, bisogna accelerare il passo, i treni arrivano sempre troppo presto.
Devo andare, la vita non vuole che io rimanga, cantava Bertoli:" uno stato crudele mi costringe a varcare la frontiera"; presto è tardi.
Ancora due scalini e quella banchina si mostrerà con il suo orologio che va sempre e solo avanti, tira il fiato siamo in tempo.
Mani nelle mani, manca il coraggio di dire le poche parole che avrebbe senso dire, mi mancherai, mi mancherà la mia aria e la mia casa, ma conto di tornare, non so quando non so come, ma tornerò.
Un bacio, uno ancora, l'ultimo fino a che non ti rivedrò.
Arriva il mio Caronte, non parliamo, la gola è pesante, un bacio ancora amore, uno solo fino a che non tornerò

martedì 20 maggio 2014

Quando il mondo si colora.

È vero, di per se, il mondo è un posto unico, splendido, condito di bellezze che la più grande fantasia farebbe fatuca ad immaginare.
Diviene ancor più splendido quando le persone sembrano in sintonia con il creato e con quello che essi stesso creano.
Questa immagine ritrae uno spaccato di Piazza San Marco, senza dubbio una delle più belle al mondo.
Il gioco di colori e le architetture antiche danno all'insieme un tocco di equilibrata bellezza e maestosità.
È immagine, è attimo dove l'uomo, per una volta, è riuscito a dare alle cose una forma in piena concordanza con il circostante.
Pensate, il mondo, piccolissimo pulviscolo di polvere nell'infinito dell'universo, immane dimostrazione di infinite coincidenze che hanno trovato una specifica combinazione di bellezza e di vita.
Non so quanti di voi credano in Dio, eppure io penso che se anche noi fossimo il risultato di una possibilità su un milione di miliardi, beh allora vuol dire che qualcosa di molto simile a un Dio ha generato e posto anche solo quella briciola di possibile e lo ha reso uomo.
Possiamo credere o scegliere di non farlo, ma non possiamo discutere la bellezza che ci è stata, sempre e comunque, donata.
Guardate questa piazza e pensate a quante cose ci sono e vedrete che l'ingegno dell'uomo altro non è che il maturare della vita e delle infinite possibilità che abbiamo.
Probabilmente il mio discorso è vano, forse senza una logica, ma io sento questo quando vedo il concretizzarsi del possibile.

lunedì 19 maggio 2014

La luce per un minatore. Pensiero per i morti Turchi.

Si arriva presto, il giorno ancora non nasce.
Ci si incammina, i montacarichi aspettano il carico di vite per la fame di quel buco.
Scende il montacarichi e un raggio di sole appena sfiora i caschi gialli che scivolano giù nel fosso.
Si lavora, si suda, si odia e ama tutto e niente, il minatore deve scavare e nulla più.
Amica vera, amica unica è la luce sul casco, unica luce che sfiori quelle carni che scavano, unica amica a ricordare la luce di quel sole sempre troppo svelto.
Un boato, trema il cuore e la roccia, tutto crolla, manca l'aria, la luce amica scompare, la vita passa tutta in un attimo.
I minatori muoiono come bestie per vivere da uomini, per far vivere altri uomini con la luce, ma loro muoiono.
Nel buio si consuma tutto, nel buio muore l'uomo, la luce amica ormai sarà di altri.
Dedica ai morti in Turchia, tra l'indifferenza generale.

Fammi guardare fuori. (Ai malati e ai loro angeli, i volontari)

Avvicinami, si ecco qua va bene, grazie.
Da tanto non guardo fuori, com'è il mondo oggi, cosa raccontano le cose?
È da tanto che non guardo fuori, ho paura di vedere la normalità, sono perso nel buio delle mie angosce; è da tanto che no guardo nulla.
Il cielo è grigio, e gli alberi sono come li ricordavo, tutto dice le cose di sempre, è bello sentirle ancora e ancora.
Avvicinami ti prego io non riesco, è da tanto che il letto ruba i pensieri e lo sguardo, tutto finisce prima di quelle coperte; avvicinami, avvicinami, avvicinami.
Non chiedo nulla, neanche un'altro istante, lasciami solo che guardi!
A tutti i malati, con il cuore va il mio pensiero e la mia preghiera.

domenica 18 maggio 2014

Quel portone sgangherato.

Era inutile tentar di far piano, tutte le volte che inserivo la chiave e aprivo quel vecchio portone, partiva uno scricchiolio lungo e fastidioso.
Il rumore rimbalzava nella tromba delle scale, mi sa che si divertiva ad arrivare, gradino dopo gradino, fino all'ultimo piano di quel pallazzino.
Si era un palazzo come tanti altri, una costruzione abbastanza vecchiotta, ma ancora più che decente, le pareti esterne erano scurite dal tempo, i soli tre piani erano segnati da delle finestrelle tipiche di queste parti, insomma era una di quelle case costruite chissà quando, quando forse non c'era tanto bisogno di inutili fronzoli.
L'interno era ben tenuto, ma immancabilmente vecchio, le scale erano di un color giallognolo e la ringhiera aveva il passamano in legno, la vernice in molte parti era saltata via e non era proprio un bel vedere, ma ancora serviva al suo scopo.
Tra un piano e l'altro vi erano dei finestroni basculanti, i vetri erano crepati in molti punti, eppure stavano li e non cedevano al peso della vecchiaia, davano una luce abbastanza diffusa e grigia che metteva in risalto alcune piccole ragnatele negli angoli in alto, troppo in alto per delle braccia non più giovani, ma cosi come il resto non era uno spettacolo sgradevole, anzi, dava una sensazione di vissuto, certo non era palazzo reale.
Il portone si chiude e anche l'ultimo eco di rumore si è spento.
Quel palazzo non era bello, ma io ci tornavo sempre con amore, era il palazzo dove abitavano i miei genitori.
Si non era bello, ma per me era casa!

venerdì 16 maggio 2014

Ti volti e vedi Dio.

Ah finite anche oggi le ore di lavoro.
Mi cambio, mi metto sul mio vecchio scooter e faccio per tornare a casa.
Faccio la stessa strada di sempre, non mi piace cambiare perché altrimenti dovrei passare dalla città e preferisco passare tra i campi.
È la stessa strada, si quella di ogni giorno, ma oggi c'è u a luce nuova, non so, forse sarò io che guardo con più attenzione. Ad un tratto, dopo l'ennesima curva, devo inchiodare di colpo perché un cane mi stava attraversando la strada, ho rischiato di fare un bel ruzzolone. Mamma mia il cuore mi è arrivato in gola, mi fermo per lasciar calare l'adrenalina, mi volto e vedo questa collina con quegli alberi.
Non accendo più la sigaretta, rimango inebetito dalla bellezza di quell'immagine, se Dio sà dipingere l'ho ha fatto oggi per me.
Non ho aspettato molto prima di prendere meccanicamente il telefono, ho scattato e ho detto grazie.
Non ho più fumato fino a casa, ho il cuore leggero ora, la grandezza di Dio e li fuori a due passi e domani ci sarà ancora.

Paesi morti, l'Italia rifiutata.

Non abbiamo memoria, non abbiamo rispetto, non abbiamo cuore.
Le cose lo dicono e intanto muoiono ferite a morte dalla nostra indifferente cattiveria.
Alcune cose, poi, muoiono lentamente e una di queste è l'Italia dei contadini e dei piccoli borghi di montagna, quell'Italia che ha fatto di questo paese una grande nazione è lasciata a morire senza nemmeno il beneficio del ricordo.
Le case, gli spazi, i tempi, le travi, le mura, tutto scricchiola piano, tutto muore piano, perso nel silenzio.
Se penso a paesi come Erto, Revine, Casso, Nove, Seren del Grappa e mille altri, mi vengono in mente i cimiteri militari; tutti quei morti in file ordinate senza che quasi nessuno si ricordi di portare un fiore.
I morti di questo paese stanno diventando troppi, siano uomini o cose, stanno diventando troppi.
Le finestre di quelle case non si aprono più, forse fanno bene a non curarsi più del mondo fuori.

mercoledì 14 maggio 2014

Le strade.

Ne contiamo a milioni, dritte, ampie, strette, tortuose; le strade sono i luoghi dove incrociamo le nostre vite con quelle del mondo intero.
Ci perdiamo tra vicoli e segnali alla ricerca delle nostre mete senza guardare nemmeno per un'istante il mondo che brulica e popola le stesse vie che percorriamo noi.
Mi capita di camminare e non ricordare affatto i visi di quelli che incrocio, troppo intento a non curarmi più delle cose, delle persone e del mio tempo.
Un tempo la strada era un luogo dove vivere e viversi con gli altri, oggi sono solo uno strumento di indifferente canalizzazione di mandrie di persone che non si guardano.
Penso sempre che le strade siano state confezionate e poste per far si che il nostro destino e volere sia sempre ben incanalato.
Le strade dovrebbero darci il senso del possibile, e invece oggi sono l'unica via possibile.
Saluto un passante, non mi guarda e non mi risponde, riprendo la mia strada che so già dove mi porterà.

Il gelato di quando ero bambino.

Quando ero piccolo, non era raro sentire il clacson del furgoncino di Pietro, il gelataio ambulante.
Era un piacere vederlo parcheggiato in piazza ed era inevitabile che fosse subito preso d'assalto da tutti i bambini del circondario.
Ah quel vecchio furgoncino, era uno spettacolo vederlo, era un vecchio FIAT, da cui il buon Pietro aveva ricavato una vera e propria gelateria, completa di frigorifero e mensole, aveva tutti i tipi di coni e coppette.
Un vecchio registratore di cassa  campeggiava sul bancone e ad ogni gelato che Pietro vendeva i meccanismi di quel registratore venivano azionati dai tasti che batteva il buon gelataio, dalla finestra che aveva ricavato sul lato del furgone pendevano dei cestelli con ogni genere di leccornia, che  non lesinava di regalare ai piccoli acquirenti.
Quello che faceva veramente buono quel gelato era la simpatia e la gentilezza di quell'uomo, sempre vestito con un certo gusto e mai infastidito dalle urla di tutte quelle piccole pesti che bramavano il desiderato dolce.
Pietro è ancora oggi il gelataio del paese, ha cambiato furgoncino, ma il suo viso è quasi identico a quello di quei giorni lontani, un viso amichevole e semplice che lascia intendere un animo buono e di antica educazione.
Conosceva ,e conosce ancora, il nome di tutti i suoi piccoli clienti e mai una volta si dimentica di chiedere come stanno.
Un giorno capitai da Pietro a prendere una pallina di gelato, io ormai ho quasi quarant'anni, e con somma sorpresa Pietro mi chiede come stò e mi chiama per nome, dopo anni lui mi chiama per nome come se il tempo si fosse fermato.
E' una cosa che ho sempre apprezzato, chiamare la gente per nome è importante, siamo nati senza titoli e Pietro questo lo sà, l'unica cosa vera è il nome che ci portiamo dietro.
Quel giorno mangia il gelato più buono del mondo.

martedì 13 maggio 2014

Mio padre, 65 anni, esodato e senza un soldo.

L'uomo che vedete nella foto giù, a margine di questo post, è mio padre.
Non voglio descriverlo, non riuscirei.
Vi dico solo che dopo aver lavorato per 45 anni, oggi si trova a non poter pagare l'affitto e le bollette.
Io credo in questo paese, ma a volte mi viene proprio da chiedermi il perché.
Lunga vita al potere dei potenti, che possano vivere mille anni senza mai un momento triste come quelli che sta passando mio padre e altre migliaia di persone, se non milioni, in tutta Italia.
L'Italia è una repubblica democratica fondata sul sangue della povera gente.

E se scegliessi di avere il cielo come tetto e il mondo come casa?

Intricato miscuglio di lamiere, maledettamente stretto.
Ogni giorno mi ritrovo in questa macchina, nel traffico, con la stessa stazione  radio che trasmette e il rumore di decine di clacson che stordiscono chiunque.
Via tutti a lavoro e di corsa, come se scappasse!
A volte penso di scendere da questo'auto, mandare tutto a quel paese e camminare verso quelle cime che si vedono la in fondo. La nostra casa e la nostra vita non dovrebbe avere dei muri e dei limiti.
Si la domanda che mi frulla in testa è :"E se scegliessi il cielo come tetto e il mondo come casa?".
Folle e assurda domanda, ascolto la solita stazione e mi dirigo verso il lavoro.
Mi manca il coraggio di ammettere che non ci riuscirei.

lunedì 12 maggio 2014

Le creature delle montagne.

All'alba mi incammino, spesso da solo, mi inerpico per boschi senza tempo, una leggera nebbia avvolge tutto in un alone di magia.
Il sentiero sale e con lui il mio cuore accelera, il silenzio è rotto solo dal mio passo; se io non fossi là tutto sarebbe benedetto.
Le rocce, sparse qua e là, disegnano strani contorni a volte simili a creature immaginarie, sembrano vive e un pò incutono timore.
Nei momenti che mi concedo per dar riposo al corpo sento rumori non miei, sono  i rumori del bosco, forse quelle creature di pietra si sono svegliate per giocare; non ho timore.
La montagna accetta il mio sguardo avido di tanta bellezza, non rifiuta mai di essere guardata la grandezza di Dio.
Riprendo il cammino, il sole prende possesso del cielo e scaraventa le sue lingue di fuoco tra i rami degli alberi.
Tutto si accende di colori vividi e immortali, le guardie del paradiso stanno aprendo i cancelli e la natura ubbidisce all'ordine immenso.
Si le creature della montagna esistono e sono vive, non stanno nei sogni o nei miti della leggenda.
Tutto di questi posti ha cose da raccontare, cose vecchie milioni di anni; storie antiche fatte di verità e bellezza.
Torna il silenzio, fermo il passo e decido di guardarmi,... non posso che ammettere la mia totale imperfetta presenza, riprendo il cammino devo far presto a togliere il disturbo.
Arrivo in cima con il cuore gonfio di gratitudine, guardo giù.
Dio esiste in tutte le cose, quelle fantastiche creature del bosco cantano la bellezza dell'incommensurabile.
Guardo e ringrazio anche io.

domenica 11 maggio 2014

Le eccellenze italiane, sulla strada del prosecco.

Oggi sveglia di buon ora, macchina fotografica in spalla e via su e giù per i colli sulla strada del prosecco fino a Valdobbiadene.
Da Tarzo guidò in direzione Cison di Val Marino dove non ho potuto fare a meno di fermarmi per fotografare Castel Brando, meraviglioso complesso costruito sopra un colle nelle vicinanze del Passo San Boldo.
L'unica via di accesso è una piccola funivia che può trasportare solo poche persone ad ogni viaggio.
Bene, fotografato Castel Brando mi dirigono di nuovo verso Valdobbiadene alla scoperta dei vigneti leggendari di quelle parti.
La particolarità di questi vigneti, oltre alla grande qualità dei vini che danno, è la particolare disposizione a sbalzo.
Quest i vigneti non hanno grandi pianure su cui svilupparsi ma bensì una continuo alternarsi di collinette molto belle e gradevoli.
La strada si snoda in Val Sana come un immenso serpentone e ad ogni scorcio il paesaggio regala viste magnifiche.
La voglia di fermarmi per fotografare è sempre alta ma non è facile trovare un posto dove parcheggiare, ho rimpianto il mio fidato motorino.
In questo posto si respira un mix tra storia e tradizione che rapiscono, il lavorio dei contadini segna l'alternarsi delle stagioni, stagioni che da millenni regalano a queste terre la benedizione di un uva speciale.
Io penso di essere fortunato a vivere tra queste colline e potendo le girerei tutte alla scoperta delle unicità di questa immensa storia enogastronomica. Ragazzi io ci consiglio di visitare questi posti se siete amanti della buna cucina, della natura e del buon vino.

sabato 10 maggio 2014

Ieri ho visto un ubriaco.

Ieri, tornando a casa, ho visto una persona seduta davanti all'ingresso del palazzo in cui abito.
Era  sui gradini antistanti la porta, vicino aveva un ombrello ed una bottiglia di liquore.
Devo dire che la prima reazione è stata sentirmi contrariato e infastidito, volevo tornare a casa, ero stanco ed era tardi.
Avvicinandomi ho potuto notare due cose che mi hanno colpito : la prima è che quell'uomo aveva un aspetto del tutto rispettabile, vestito in modo più che decente, anzi direi che era elegante, un viso in ordine con la barba curata, si vedeva che non era per nulla avvezzo a certe cose, no proprio non si addiceva quella situazione a quell'uomo; la seconda era la bottiglia, non era vuota neanche per metà.
Una volta innanzi a quel signore ho salutato egli ho detto :"buonasera", lui ha alzato il capo e mi ha guardato con uno stupore che poco aveva di normale ed ha tentato di biascicare due parole.
Ha risposto tentando di salutare, ma proprio le parole gli si fermavano sulle labbra.
Ho aspettato qualche secondo e gli ho chiesto se poteva alzarsi per farmi entrare e lui mi ha risposto con un'altra serie di parole poco chiare ma da cui ho potuto carpire che non riusciva ad alzarsi.
Devo dire che a quelle parole mi sono sentito frustrato, di fronte avevo un uomo completamente ubriaco ma con negli occhi una dolcezza ed una solitudine immense, sono rimasto male nel vedere due cose cosi enormi in un uomo ubriaco.
L'ho preso per il braccio e l'ho aiutato ad alzarsi, era incerto sulle gambe e per un pò l'ho sorretto poi è riuscito a stare in piedi sa solo.
Non sembrava, comunque, che fosse in grado di cavarsela e gli ho chiesto se volesse che chiamassi aiuto, lui mi guarda e mi risponde, senza biascicare questa volta : "caro signore, forse avrebbe dovuto farmi questa domanda qualche anno fa".
Non riuscivo a capire cosa volesse dire, non aveva importanza capire in quel momento bisognava sentire.
Ho sentito che il cuore di quell'uomo aveva sopportato tanto, il suo passato deve essere stato tanto duro, cosa avesse vissuto non importava ora, importava quell'attimo e niente più.
Non ho avuto il cuore di chiedergli cosa gli fosse capitato, non ne avevo il diritto di diventare attivo nella sua storia dovevo essere una comparsa di uno spettacolo estremamente ed orrendamente grandioso.
Dopo poco che ero perso nelle mie riflessione, sempre facendo attenzione a non farlo cadere, mi ha chiesto se potevo accompagnarlo ad una fermata del bus poco distante dove c'è una panchina, ho accettato e l'ho sorretto per tutto il tempo.
Si è seduto, mi ha ringraziato e mi ha chiesto di lasciarlo da solo, non ho potuto fare altro che rispettare quella richiesta di intimità su quella panchina in mezzo al mondo; l'ho lasciato li e lui mi ha lasciato andare in un attimo.
Quello che proprio non è andato via è il sentimento triste che quell'uomo mi ha lasciato.
Sono corso su e l'ho tenuto d'occhio per un po, non mi fidavo a non guardarlo, dopo poco una volante della polizia si è fermata e gli ha dato aiuto a tornare a casa. Mi sono sentito sollevato a sapere che quell'uomo senza nome, con una bottiglia ed un ombrello era al sicuro.
Non ho dormito per niente, quell'uomo nel modo più semplice e naturale del mondo mi ha mostrato tutta la sua debolezza, senza paura, senza vergogna, tutto questo lo ha fatto con dignità e la dignità di quell'uomo pesava come il mondo intero.
Se questa storia mi ha insegnato qualcosa è che il giudizio uccide, sempre e senza ragionamenti, stavo facendo quell'errore.


venerdì 9 maggio 2014

Alla deriva.

Tutto sembra naturale, da millenni i fiumi, i laghi e i mari sono solcati da imbarcazioni di ogni tipo.
Sembra a noi, poveri attimi in ere immense, che quelle piccole cose galleggino sulle acque, ma cosi non è.
Le acque ci tollerano, ci consentono, ma noi non dovremmo aprofittare della bonarietà della natura. Siamo uomini e dovremmo guardare da lontano e invece çi caliamo in cose non nostre.
La natura ci tollera perché ci vede dagli albori del tempo, noi la violentiamo perché non saremo più in grado di vederla per quello che è.

Nel cuore e negli occhi.

Spesso succede che mi incanto a guardare le persone, uomini, donne bambini e sempre mi capita di guardarle diritto negli occhi.
Non lo faccio consapevolmente, solo che la mia mente si perde nella vastità di uno sguardo.
Quante cose avranno visto quegli occhi, quante belle e quante brutte.
A volte, raramente, succede che gli occhi che guardo non esprimano nulla se un generale rimpianto.
Quando accade questo mi dispiace per quegli occhi, tanto più se sono bambini.
Non so se a qualcuno di voi è capitato guardare gli occhi tristi di un bambino, ma tristi per una tristezza seria e non per il giocattolo rotto. Beh a me toglie il fiato, mi fa star male.
Penso a quanti piccoli abbiano tali e tanti problemi che nemmeno immagino e mi rendo conto che sono un duomo fortunato.
Negli occhi di quei bambini si legge paura, forse per un padre violento, si legge abbandono, si legge tristezza.
La tristezza di un bambino è mille volte più crudele per due motivi principalmente : uno perché dimostra quanto noi grandi stiamo fallendo, due perché i bambini sono angeli di Dio mandati sulla terra per donarci ancora una volta la vita.
Quando un bambino ha gli occhi tristi si offende Dio, quando un bambino ha gli occhi tristi è l'intera umanità che dovrebbe chiedere scusa.
Dedico questa foto a tutti gli angeli bambini, che per un motivo o per un'altro, non siamo in grado di capire.

giovedì 8 maggio 2014

La nostra Africa.

Ho visto un po di posti, non molti per la verità, ma ho sempre cercato di guardare le cose dal punto di vista di chi si mette nella condizione di voler capire il più possibile.
Ho sempre ricercato il posto tipico, le cose caratteristiche, insomma le cose che il turista medio cerca, forse con un pochino di curiosità in più.
Beh questo in Africa non è possibile, svanisce la curiosità, l'approccio razionale va a farsi benedire e l'unica cosa che senti nel cervello è il caos.
Lasci le guide, butti via le cose che ti eri ripromesso di vedere e guardi ed ascolti tutto.
I rumori diversi, assordanti e coinvolgenti, gli odori cosi lontani da quelli abituali, i colori cosi stranamente vivi e concreti.
Ti accorgi che non sei straniero, nessuno ti tratta come straniero, potresti sedere vicino a qualcuno al primo caffè senza sentirti in nessun modo respinto, vuoi farlo ma quel barlume di inutile reverenza ancora ti trattiene.
L'Africa non è Savana, deserto, animali, non è il Nilo o stupendi tramonti, no non è solo quello.
L'Africa è musica, cuore pulsante di gente identica a me e al contempo tanto diversa, cuore che vive di ritmo e di pluralità, non ho visto nessuno che mi guardasse come noi siamo abituati a far con loro.
Neri come la pece, poveri da far spavento, alcuni alti, altri bassi, magri, grassi, hanno solo due cose in comune tutte quelle persone : il colore e il sorriso.
Sorriso sconcertanti, sorrisi che mettono paura, sorrisi coinvolgenti e rumorosi; sorrisi, sorrisi e sorrisi, cosi maledettamente veri che sorridi senza nemmeno accorgerti.
L'Africa è spettacolo, una immensa opera continua e mai ripetitiva, unione perfetta di forze immense.
Guarda la vera Africa è vedrai l'incommensurabile, incorruttibile, perfetta madre di tutto il genere umano.
Sono stanco, non smetto di guardare la Nostra Africa, non posso più smettere, non so smettere, non ha senso smettere.

domenica 27 aprile 2014

Erto, fotografia di un attimo.

Saranno state le 22, la montagna tremava, la gente era sveglia la paura non li faceva dormire.
Un attimo, tutto quel mondo venne giù, la montagna lasciò cadere il peso che tratteneva.
Tutto quel mondo cadde in un solo attimo, le case tremarono e con loro i cuori di quelle persone.
Attimo infinito, attimo di paura, attimo inesorabile.
Poi il silenzio, la frana trovò il suo posto ma dovette scansare l'acqua e questa non la prese bene.
Tutta quella massa liquida si infuriò e sferzò le montagne, le case e le vite delle quella gente, portò via tutto definitivamente, portò via tutto il tempo passato fino a quel momento, portò via 2500 anime nella sua furia.
Tutto finì, senza se e senza ma, le case finirono la loro storia, impresse in una fotografia di abbandono e di fuga.
Le cose perdevano il loro scopo, le persone perdevano le loro cose e con loro i sogni, Erto, Casso e Longarone morivano nell'indifferenza di chi quella morte la provocò.
Il Piave portava via con se le rovine di quegli attimi e non li restituiva facilmente. Tutto morì per sempre, l'acqua e la montagna regolarono i loro conti con l'uomo, tutto in un solo attimo.
"Cerco, cerco e non trovo, non trovo nulla, chiamo e nessuno risponde, tutto quello che c'era da dire e trovare lo sapevano solo la montagna e l'acqua, tutto è andato via per non tornare."





lunedì 7 aprile 2014

I vicoli dei ricordi

Urla di bimbi, odori di cose, lavori incessanti. Nei vicoli dei nostri borghi tutto sembra rimanere in sospeso tra presente e passato.
Se ci si sofferma è possibile udire ancora il calpestio di zoccoli e l'incedere dei carri carichi di fieno.
Il mio paese è un bel paese, purtroppo stiamo lasciando alla memoria il ruolo di protagonista perché il presente non vogliamo renderlo meraviglioso.

domenica 23 febbraio 2014

L'Italia che se ne va.

Quanto conta il nostro passato?
Chi siamo senza passato?
Lasciamo andar via la migliore Italia, quella rurale per perderci nei meandri di intricati intestini di cemento ed indifferenza.
Se solo vedessimo da vicino lo stato di abbandono dei paesini di montagna, forse, ci vergogneremmo di quando stiamo perdendo e a cosa stiamo voltando le spalle.


mercoledì 5 febbraio 2014

Il mondo è uno specchio

Se riuscissimo a guardarci veramente dentro, come forse ognuno di noi dovrebbe fare,  se potessimo farlo con la semplicità e la forza con cui lo fa la natura saremmo degli esseri migliori.
Spesso dimentichiamo le nostre vere necessità che vanno oltre al cibarci e cose di questo tipo, tutti noi al giorno d'oggi abbiamo fame di verità ma quelle che più ci servono riguardano noi stessi.
Se solo riuscissimo a non avere paura di essere quello che siamo e di guardare la nostra immagine senza paura e senza preconcetti.


domenica 2 febbraio 2014

Tutti uguali

Siamo diversi, abbiamo facce diverse, amori diversi, vite diverse. Sono pochissime le cose che abbiamo in comune eppure siamo omologati al pensiero massificato.
Siamo tanti manichini e abbiamo porte uguali anche se siamo diversi. Le porte sono le scelte create e poste per renderci ancora una volta simili nell'obbedire. Dove sta la libertà?

lunedì 27 gennaio 2014

Sguardo.

Lo sguardo di un uomo spesso è la via più semplice per carpirne l'anima.
Usiamo lo sguardo sempre, ogni attimo mai dimentichi di farlo con le espressioni più particolari.
Non bisogna essere ne belli ne brutti, ne ricchi ne poveri, lo sguardo lo hanno tutti e tutti sanno usarlo.
Lo sguardo è una delle poche cose al mondo veramente democratica.

domenica 26 gennaio 2014

La Festa di fine inverno.

Dalle mie parti quando è questo periodo si pensa che siamo prossimo alla fine dell'inverno, questi giorni vengono chiamati i giorni della Candelora (dall'inverno siam fora).
Tutte le persone scendono in strada e dei carri allegorici sfilano per la gioia dei bambini che si mascherano e urlano felici al passaggio di quei sogni su ruote.


Tutta la gente si affolla lungo i marciapiedi, i genitori tengono per mano i figli che intanto si riempiono di coriandoli e giocano felici senza pensieri e senza curarsi di nulla.


La festa cresce e l'euforia prende anche gli animi dei grandi e nessuno rimane senza essere imbrattato dai coriandoli. La festa è come una febbre e non lascia nessuno al suo mondo, abbraccia tutti e tutti si lasciano abbracciare.
Altri carri passano e altre maschere sfilano tutto sembra una coreografia magnifica.


Quanti sorrisi, milioni di pezzetti di carta svolazzano ovunque, il vento li porta nella danza che Dio benedice per noi, a volte cosi irriconoscenti. Non conta più niente, conta solo guardare e sorridere cercando di non perdere nulla di tutta questa bellezza corale.
La via lascia scorrere pian piano altri carri ed ognuno prende la sua dose di ammirazione e applausi, tutto è spettacolo nulla può rovinare tanti cuori gioiosi.


Sempre piena la via e altre figure si fanno avanti, che gioia, che goduria per tutti. Forse in questi momenti l'uomo da il meglio di se e sà essere veramente felice.


Tutti, proprio tutti, sul viso hanno espressioni diverse ma tutte di meraviglia. sul viso dei vecchi c'è un sorriso consapevole e dolce che nulla lascia di nuovo alla vista, ma che gode di tutto questo equilibrio, mentre il viso dei bimbi rimane attonito e incredulo davanti a tutta questa allegria.


La festa ormai volge al termine e tanti sarebbero gli attimi da raccontare ma non basterebbe un semplice blog a raccontarli. Tutti tornano a casa con una consapevolezza nuova che è quella che l'uomo quando vuole sa vivere in pace con Dio e il mondo e solo che non sempre ci riesce.
Spero che Dio benedica ogni bambino che era a questa festa perchè nei loro occhi ho visto la grazia della gioia e non devono perderla mai.
Che Dio benedica tutti i bambini del mondo, di ogni colore e razza, di ogni estrazione sociale, di ogni religione e credo, i bambini sono tutte le nostre speranze e tutti i nostri sogni.


Buone foto a tutti.





The climber.


Alcune persone hanno sogni speciali e alcuni di questi sono sogni che ti entrano dentro e non lasciano spazio a null'altro. Sono come una pressante necessità e si farebbe tutto per soddisfarla.
I Climber sono questi genere di sognatori.
La roccia, il suo odore, la meta, la cima diventano come un familiare il cui contatto li rafforza e li esalta.
Quanto sudore,quanta fatica per ogni metro, la roccia a volte sembra dire :"scendi ora non mi va che sali", ma li il cuore del Climber commuove anche la parete che gli offre nuovi appigli e come una dolce compagna passa dal piglio burbero ad un abbraccio caloroso.
Il sole ti scalda la schiena e non senti nemmeno il freddo che la montagna ha come un mantello, l'unica cosa che vedi é il prossimo appiglio, la cima che sembra lontanissima, non ti importa altro basti a te stesso e il mondo é giù a guardare ma non ti interessa più.
Il climber é un folle, ma tra i folli è il più simpatico ed originale, il suo obbiettivo è quasi inutile ma la via che lo porta alla cima è pieno di poesia, pieno di speranza.
Il Climber è un angelo che ha bisogno di scalare il suo paradiso perché forse la vita che rimane giù non è tutto quel sogmo .

Buone foto a tutti.

http://www.flickr.com/photos/salvatoregabrielli/